Era una giornata tersa di fine dicembre, a Carmona, in provincia di Sevilla. Dall’alto della città la vista è magnifica e lo sguardo si perde all’orizzonte; un ottimo punto nel passato per controllare da una posizione strategica tutte le vie di comunicazione nella valle del Guadalquivir. Se vi capita di passare da Carmona vi consiglio di provare il ristorante “El Molino de la Romera”; quel giorno ricordo un bel fuoco acceso, tavoli, sedie e apparecchiatura rustica, ma c’è un bellisimo patio per la stagione estiva. Avevo bisogno di qualcosa di caldo e mi chiesero se conoscevo l’alboronía… Figurarsi! Il nome è chiaramente di origine araba e cercai più tardi il sigificato; secondo la Real Academia Española: “al-būrāniyya, guiso (cioè uno stufato) que lleva el nombre de Būrān, esposa del califa al-Ma’mūn”; secondo un’altra versione invece la parola al-baraniyya significa “cierto manjar”, manicaretto.
Comunque sia, mi arrivò a tavola una ciotola di terracotta fumante, come quella che vedete nella foto, e provai a indovinare tutti gli ingredienti di base (non li azzeccai tutti) che sono: melanzane, pomodori, peperoni e zucca. Una delizia, leggerissima e appetitosa. In origine si faceva con melanzane, aglio, cipolla, zucca e frutti secchi tritati, come mandorle e noci; con la scoperta dell’America, si aggiunsero pomodori e peperoni e a poco a poco l’alboronía si convertì un piatto amatissimo in tutta l’Andalusia, presentato nei matrimoni e nelle celebrazioni importanti; dall’Andalusia si diffuse nel resto della Spagna, dove è conosciuto col nome di “pisto”. Un piatto comunque che, nonostante le varianti di nomi e ingredienti, non ha mai cambiato regina: la melanzana!



